Salmo, AI e creatività: cosa cambia per i brand?

C’è qualche fan di Salmo? Parliamo del rapper, naturalmente.
Lo spunto arriva dai frammenti video legati a “El Niño Freestyle”: immagini chiaramente realizzate con AI, scene inattese e un linguaggio visivo che offre qualcosa su cui soffermarsi.

La lettura che ci interessa è questa: in quei frammenti si può riconoscere una ricerca creativa. Una scelta delle immagini, un gusto, una volontà di sorprendere. Poi si passa alla sezione commenti del reel e il confronto si sposta sull’uso dello strumento, fino a mettere in secondo piano ciò che il video mostra.

Sapere come è stato realizzato un contenuto cambia il valore che gli attribuiamo?

È una domanda che non riguarda soltanto Salmo o l’intelligenza artificiale. Ogni volta che scopriamo qualcosa sul processo creativo, infatti, rischiamo di guardare l’opera con occhi diversi: possiamo apprezzare maggiormente l’idea e la tecnica, oppure considerare il risultato meno autentico.

Contenuti generati con AI: quanto spazio rimane alla creatività?

Nel dibattito sull’intelligenza artificiale ricorre spesso l’espressione “AI slop”.
Indica quei contenuti generati con poca cura, ripetitivi, costruiti più per riempire uno schermo che per dire qualcosa.
Il problema arriva quando l’etichetta viene applicata a qualsiasi immagine o video realizzato con l’AI.

Un progetto può nascere da una ricerca visiva precisa, svilupparsi attraverso numerosi tentativi e richiedere selezione, montaggio, correzioni. Può esserci qualcuno che decide quali scene costruire, quali scartare e come metterle in relazione.

Dal risultato finale non possiamo ricostruire automaticamente tutti questi passaggi. Allo stesso modo, sapere che è stata usata l’intelligenza artificiale non basta per concludere che sia mancato un lavoro creativo.

Per noi, quel lavoro si valuta anche attraverso le scelte: perché proprio quell’immagine? Che cosa aggiunge al racconto? Perché ci sorprende?

La disponibilità di uno strumento capace di generare immagini rende queste domande ancora più interessanti.
Produrre molte alternative e riconoscere quella giusta sono due attività diverse.

Dall’aerografo a Photoshop: cambia la tecnica, cambia il giudizio?

Pensiamo ad un argomento che conosciamo bene come il fotoritocco: un’immagine ritoccata con l’aerografo e una elaborata con Photoshop possono essere valutate per composizione, efficacia e capacità espressiva.

Sapere come sono state realizzate aggiunge informazioni sul lavoro necessario, sulle competenze e sulle scelte dell’autore, ma quanto dovrebbe cambiare il nostro apprezzamento dell’immagine?

Con l’AI generativa la domanda si complica, perché entrano in gioco anche preoccupazioni sull’autorialità, sulla provenienza dei materiali e sul futuro delle professioni creative. Sono questioni che meritano attenzione e liquidarle tutte come resistenza al cambiamento sarebbe troppo comodo.

Possiamo però tenere aperti entrambi i ragionamenti: riconoscere la qualità di un risultato e discutere il processo che lo ha reso possibile.
Una valutazione non cancella automaticamente l’altra.

Il pubblico vede anche il modo in cui lavori

Per un’azienda, questa riflessione ha una conseguenza pratica: la scelta dello strumento può comunicare qualcosa che non avevi previsto.

Scegli l’AI per creare una scena impossibile.
Qualcuno ci legge sperimentazione, qualcun altro pensa che tu abbia voluto risparmiare sul lavoro di un professionista.

Il video è lo stesso. Cambia il significato che gli viene attribuito.

Una ricerca del Nuremberg Institute for Market Decisions ha osservato questo meccanismo: annunci identici venivano valutati più criticamente quando erano presentati come generati con AI. Le reazioni variavano anche in base alla fiducia nella tecnologia e al prodotto pubblicizzato.
L’approfondimento del NIM mostra quindi quanto l’origine dichiarata di un contenuto possa influenzarne la percezione.

Non significa che ogni campagna realizzata con AI riceverà una risposta negativa ma che il processo produttivo può entrare nel giudizio del pubblico, anche quando l’azienda lo considera un dettaglio tecnico.

Che cosa significa per la comunicazione aziendale?

Prima di scegliere uno strumento, conviene chiarire tre aspetti.

Che cosa vogliamo comunicare?
Un prodotto, un metodo di lavoro, un’emozione, una visione? Se devi mostrare la precisione di una lavorazione reale, le immagini del processo hanno un valore specifico. Se vuoi rappresentare un’idea astratta, puoi esplorare altri linguaggi.

Perché questa scelta è adatta al nostro brand?
Usare l’AI perché permette di ottenere un risultato coerente è una motivazione da valutare. Usarla soltanto perché “adesso lo fanno tutti” lascia invece senza risposta la domanda più utile: che cosa aggiunge?

Come potrebbe interpretarla il nostro pubblico?
Un confronto preliminare con alcune persone del target può far emergere letture inattese. Chiedere che cosa comunica il contenuto, quanto risulta credibile e che cosa lascia in mente aiuta a valutarlo oltre il semplice “bello” o “brutto”.

Sono domande di strategia, prima ancora che di produzione.

La scelta creativa riguarda anche la fiducia

Un contenuto realizzato con AI può avere una ricerca, una direzione e un valore espressivo. Il pubblico può comunque attribuire importanza al modo in cui è stato prodotto e chi comunica deve considerare entrambe le cose.

In Fenice Pool lavoriamo sulla strategia, sull’identità e sulla coerenza della comunicazione, collegando le scelte creative agli obiettivi dell’azienda e alle aspettative del pubblico.

 

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